"Il ruolo socio-economico del Banco Alimentare"

 

ARTICOLO pubblicato sulla rivista
sinergie, Rivista di studi e ricerche, CUEIM,
n. 53, Settembre-Dicembre 2000, p. 247-266.
produzione di valore e formula

di imprenditorialita’ sociale:

il caso del Banco Alimentare*

 

 

Clara Benevolo** Clara Caseli***

 

 

 

Abstract

 

L'articolo ha ad oggetto l'analisi di una fondazione onlus, operante nel settore assistenziale (in Italia e, con modalità analoghe, in tutto  il mondo) attraverso la raccolta delle eccedenze alimentari e la loro distribuzione ad enti che aiutano poveri ed emarginati.

La ricerca ha approfondito il processo di creazione di valore realizzato dal Banco Alimentare e la valutazione della coerenza della business idea (formula di imprenditorialità sociale) attraverso l'esame dei suoi elementi fondanti.

L'originalità ed il successo di questa azienda non profit suggeriscono interessanti riflessioni anche per le imprese for profit.

 

In this article the authors analyse the activity of a non profit foundation operating in the welfare sector. The Italian experience of Banco Alimentare is inspired of similar experiences in Europe and in the United States. The object of the activity is the collection of foodstuff surplus from firms belonging to the alimentary chain and their distribution to those organisations that take care of poor and oucasast people.

The authors have investigated in deep the value creation process of the Banco Alimentare and have analysed and evaluated the degree of coherence of its business idea (or better of the social entrepreneurialship idea).

The originality of the operating formula of Banco Alimentare and its success suggest useful reflections even for profit oriented firms too.

 

 

1. Premessa

 

Il mondo delle imprese non profit costituisce un interessante campo di studio per l’economia aziendale: l’indubbia originalità di queste aziende non impedisce infatti di utilizzare gli strumenti propri di questa disciplina per descriverne l’attività e interpretarne le strategie.

Il Banco Alimentare è un caso di studio significativo[1][1][1] perché la sua attività potrebbe anche essere di tipo profit e perché l’esigenza di efficienza è assolutamente imprescindibile per la sua sopravvivenza a medio-lungo termine. In altri termini, a differenza di numerose iniziative non profit, la sua attività non può reggersi semplicemente sulla generosa carica ideale che lo fa nascere, ma la crescente complessità del suo operare richiede strutture, competenze e risorse finanziarie adeguate.

Il presente contributo si propone di rispondere ad un duplice ordine di interrogativi.

Una prima serie di questioni riguarda specificatamente il Banco Alimentare. Qual è il processo di creazione di valore realizzato dal Banco? quali elementi contraddistinguono la sua formula imprenditoriale? quale è la dinamica delle forze competitive che si muovono nell’ambiente esterno? quali sono le competenze distintive e le fonti del vantaggio competitivo? quali sono i punti critici, anche in una prospettiva futura?

La seconda serie di interrogativi è di tipo più generale. Esiste una specificità delle imprese non profit? Le iniziative non profit hanno o non hanno piena dignità economica, cioè possono essere considerate aziende a pieno titolo? Oppure sono solo il frutto di forme di generosità più o meno organizzate ma del tutto marginali rispetto alla trama dei rapporti che costituisce il tessuto economico di un paese?[2][2][2].

 

 

2. Il Banco Alimentare: una sintetica presentazione

 

Il Banco Alimentare è un’organizzazione non profit che opera nel settore dell’assistenza ai più bisognosi. La sua attività nasce negli Stati Uniti, a Phoenix, nel 1967, ad opera di John Van Henghel, un americano che, mosso dal desiderio di aiutare gli indigenti della sua città, inizia a raccogliere sistematicamente il surplus di cibo presso i negozi ed i ristoranti, per donarlo alla locale mensa dei poveri. Dall’idea, semplice e geniale, di raccogliere le derrate alimentari eccedenti e di distribuirle a coloro che ne hanno bisogno, nasce quindi il primo banco alimentare, con il nome di Saint Mary Food Bank. L’azione di solidarietà così avviata si sviluppa con molta rapidità nell’intero continente americano: oggi sono operativi più di 250 banchi alimentari in USA e 80 in Canada.

In Europa, il primo banco alimentare nasce a Parigi, nel 1984 e, dalla Francia, il modello passa in Belgio e in Spagna. Nel 1986 si costituisce la Fédération Européenne des Banques Alimentaires, con lo scopo di promuovere e favorire la creazione di nuovi banchi in tutto il continente.

A Barcellona, in quegli anni, il Cavalier Danilo Fossati, Presidente della Star, viene a conoscenza dell’esistenza e dell’attività del banco alimentare. Conquistato e affascinato da questa idea, promuove, insieme a mons. Luigi Giussani, l’avvio a Milano, nel 1989, di un’attività analoga che si sviluppa grazie soprattutto all’aiuto di un primo gruppo di volontari.

Oggi, il Banco Alimentare è costituito in forma di fondazione onlus[3][3][3], con sede a Monza, e opera in tutta Italia attraverso 17 comitati regionali. Scopo della fondazione è “contribuire alla soluzione dei problemi della fame, dell’emarginazione e della povertà in particolare mediante la raccolta delle eccedenze di produzione agricola e dell’industria specialmente alimentare e la ridistribuzione delle stesse ad enti ed iniziative che si occupano di assistenza ed aiuto ai poveri e agli emarginati” (art. 2 dello Statuto).

L’attività del Banco Alimentare è quindi così sintetizzabile.

 

-    Individuazione nella catena agro-alimentare delle fonti di “spreco”.

     Un’eccedenza di prodotti alimentari può avere cause diverse. La prima fonte di approvvigionamento del Banco è rappresentata dall’industria alimentare (Star, Barilla, Ferrero, Ponti, ecc.) e dalla grande distribuzione (Esselunga, Coop Italia, Rinascente, Standa, ecc.). Attualmente sono circa 200 le aziende fornitrici.

     Le eccedenze possono derivare da prodotti non commercializzabili (ad esempio, a causa di difetti nel packaging o prossimi al termine di consumo consigliato o soggetti a consumo stagionale) e da produzioni invendute (a causa di un errato posizionamento di mercato o per il lancio di nuovi prodotti sostitutivi).

     La seconda importante fonte di approvvigionamento del Banco è rappresentato dall’Aima (azienda di Stato per gli interventi sul mercato agricolo) la quale ha lo scopo istituzionale di sostenere i prezzi e i redditi agricoli e, inoltre, in base ad un regolamento dell’Unione Europea, acquista le eccedenze di produzione del settore primario e le fa trasformare da industrie alimentari per distribuirle agli enti che assistono i bisognosi nei paesi dell’Unione[4][4][4].

-    Raccolta e stoccaggio delle merci presso i propri magazzini.

     I diversi Comitati, diffusi sul territorio, disponendo a vario titolo di spazi, attrezzature e celle frigorifere, provvedono a ricevere, immagazzinare e movimentare i prodotti raccolti.

-    Distribuzione dei prodotti agli enti assistenziali convenzionati con il Banco.

     Gli enti destinatari delle derrate alimentari devono operare in Italia ed avere finalità sociali ed umanitarie, inoltre possono essere sia opere caritative diffuse su tutto il territorio nazionale sia organizzazioni di volontari a carattere locale. L’accordo di collaborazione tra la Fondazione e gli enti beneficiari prevede l’impegno, da parte di questi ultimi, ad utilizzare i prodotti ricevuti esclusivamente a favore di persone bisognose e la possibilità di controlli, da parte di responsabili del Banco, sull’effettiva attività di assistenza svolta.

 

Attraverso il Banco Alimentare si è realizzato, quindi, un circolo virtuoso tra l’attività e gli interessi delle aziende e la dinamica e le esigenze dei soggetti bisognosi.

Nel 1999, la Fondazione Banco Alimentare ha raccolto 30.000 tonnellate di merci che, distribuite ai 4.735 enti convenzionati, hanno consentito di assistere oltre 860.000 persone.

Da questi dati emerge chiaramente il forte impatto dell’attività sul fronte dell’aiuto diretto agli indigenti, sorretto dall’intensa crescita quantitativa che ha interessato l’opera della Fondazione negli ultimi anni: dal 1996 ad oggi la raccolta è triplicata, gli enti convenzionati sono aumentati del 120% e le persone assistite del 127%.

Nell’attività del Banco Alimentare sono coinvolti 500 volontari appartenenti a diverse esperienze religiose, professionali, culturali ed associative. Inoltre, cooperano aziende e società attraverso la prestazione gratuita di servizi, consulenze e materiale. Infine, imprese, istituzioni bancarie, associazioni e altri soggetti privati e pubblici sostengono l’attività attraverso donazioni in danaro.

 

 

3. La creazione di valore da parte del Banco Alimentare

 

La dignità di qualsiasi intrapresa di natura economica e quindi la sua legittimazione ad esistere sta nel fatto di generare un valore nell’ambiente economico-sociale. Di che natura è questo valore? Porter[5][5][5] afferma che tutti gli operatori ricercano un valore nello svolgimento della propria attività, tanto che è possibile parlare di “sistema del valore” in quanto si tratta di valore per sé e per tutti quelli con cui si entra in rapporto. Logicamente la natura di questo valore è quella di essere un valore di scambio, tuttavia si tratta in pari tempo di un valore d’uso[6][6][6]. Inoltre, è pacifico che la dialettica valore d’uso - valore di scambio diventi particolarmente interessante man mano che la produzione è sempre meno fondata su elementi solo materiali e acquisisce invece forti componenti immateriali. Il continuum tra produzione di materialità e di immaterialità[7][7][7] trova il suo parallelo nel continuum tra produzione for profit e non profit (anche nel senso che la gran parte delle attività non profit hanno per oggetto la produzione di immaterialità).

Del resto la migliore dottrina italiana ha sempre dato una definizione assai suggestiva dell’azienda in cui l’idea di valore è qualcosa di più di un valore di scambio, ma è un “bene” per tutti. L’azienda è quindi una comunità di persone che si mettono insieme per uno scopo comune (il bene comune), attraverso la produzione economica di impresa ovvero lo svolgimento di un’attività economica[8][8][8], con l‘obiettivo di essere liberi (autonomi) e di durare nel tempo[9][9][9], prima ancora che per guadagnare nel breve periodo[10][10][10].

Nel Banco Alimentare troviamo tutte queste caratteristiche ed è per questo che è interessante approfondirne l’analisi. Non solo, quindi, si dimostra la legittimazione della sua esistenza aziendale ma si evidenzia un’esperienza che fondatamente insegna anche al mondo del “for profit”.

 

In che modo dunque il Banco Alimentare crea valore? Possono essere individuati due processi fondamentali.

 

 

Ridare valore a ciò che l’ha perduto

Anzitutto il Banco ridà valore a ciò che l’ha perduto. Come spiega molto bene l’art. 2 dello Statuto, la sua attività è sintetizzabile, da un lato, nell’individuazione nella catena agro-alimentare delle fonti di spreco, cioè delle eccedenze produttive che si formano per molteplici motivi, nella loro raccolta e stoccaggio e, dall’altro lato, nella distribuzione dei prodotti agli enti e iniziative convenzionati che si occupano di assistenza e aiuto ai poveri e agli emarginati e che costituiscono una vastissima trama sociale di iniziative non profit.

Il “core” della creazione di valore economico da parte del Banco è dunque un’idea in fondo molto semplice: ridare valore ovvero utilità anche economica a ciò che non l’avrebbe più e che andrebbe distrutto o sprecato e, in pari tempo, produrre innovazione sociale[11][11][11] nell’ambiente di riferimento e all’interno dell’azienda stessa, coinvolgendo tutti gli attori. Tale processo consente ad un vasto sistema di attori lo svolgimento di attività che Hirschman definirebbe “non strumentali”, come vedremo più avanti.

La forza del Banco e la validità di questo modello (che è documentabile anche dalla sua diffusione a livello internazionale) stanno proprio nella semplicità e nella verità di questa formula, facilmente percepibile da tutti.

In tal modo, quelli che sono normalmente problemi per le aziende (le eccedenze da smaltire) e per il sistema economico (i fenomeni di spreco) si trasformano in un’opportunità per tutti e a tutto campo. Occorre evidenziare questo: si tratta di una valorizzazione profondamente economica. Infatti, qualcosa il cui valore era zero (o quasi) è diventato, per esempio, oltre 130 miliardi ovvero il controvalore delle merci distribuite dal Banco nel 1999. Si capisce perché si usi l’espressione “banco” (banca, “food bank”), volutamente adottata per evocare appunto un processo di moltiplicazione e accrescimento di valore.

 

Creare valore sulla frontiera

C’è una puntualizzazione molto importante da fare per spiegare la carica di novità della formula Banco: il Banco crea valore sulla frontiera. Una triplice frontiera.

In primis si tratta della frontiera profit-non profit. Su un versante, infatti, si tratta di dialogare con il mondo del for profit ponendosi come interlocutore capace di arrecare vantaggi dal lato della logistica e da quello dell’immagine, in modo efficiente, affidabile e stabile nel tempo. La tempestività di ritiro delle eccedenze e il loro uso corretto sono indiscutibilmente i fattori critici di successo: a questo livello si comprende chiaramente il contenuto di professionalità che l’intervento del Banco apporta, non facilmente sostituibile, ad esempio, da un rapporto diretto tra le imprese e gli enti assistenziali o, addirittura, i beneficiari ultimi. Il vantaggio è quindi quello di poter contare su un intermediario che risolve un serio problema logistico (altamente imprevedibile, inoltre, per entità e tempi) garantendo una destinazione delle eccedenze eticamente soddisfacente e positiva anche in termini di immagine, fornendo anche, ove necessario e richiesto, servizi di consulenza.

Sull’altro versante stanno i beneficiari delle eccedenze raggiunti attraverso gli enti che se ne fanno carico direttamente. E’ molto significativo il fatto che il Banco operi con gli enti e non direttamente con i bisognosi: è la scelta di non operare in termini assistenziali, ma di mettere gli enti in condizione di operare meglio. Il fattore critico di successo è in questo caso la sistematicità delle politiche di approvvigionamento che si riflette sulla regolarità e sulla qualità degli approvvigionamenti agli enti: questa è l’utilità del ricorso al Banco rispetto ad un rapporto diretto.

E’ interessante notare la “cura” della collaborazione con gli enti, percepiti come “interni” alla dinamica del Banco, tanto che si cerca in tutti i modi di coinvolgerli nell’attività e di responsabilizzarli (per esempio, sul fronte della qualità, dell’igiene e della sicurezza).

Ma c’è una seconda frontiera molto interessante: è quella dei rapporti con il settore pubblico. In primo luogo va ricordato che il maggiore fornitore del Banco è proprio un ente pubblico, l’Aima[12][12][12]. Si tratta di un rapporto di collaborazione strategico (vista l’entità delle derrate fornite e l’importanza dell’interlocutore) che si è evoluto e approfondito negli anni mostrando come nell’interazione vi siano ampi spazi di miglioramento dell’efficacia del compito pubblico e del servizio reso dal Banco.

Ad un livello più generale, inoltre, esistono interessanti potenzialità da sviluppare in termini sociali. La natura e la frequenza dei rapporti con una molteplicità di enti diffusi su tutto il territorio nazionale porta il Banco a maturare una conoscenza dei bisogni precisa, concreta e diretta (cresciuta sul campo nel rapporto con il bisogno reale e non attraverso analisi teoriche o ipotetiche). Il confronto con questa conoscenza potrebbe quindi essere di notevole importanza per la definizione di adeguate politiche sociali a livello sia locale che nazionale[13][13][13].

Analizzando questa creazione di valore sulla frontiera, c’è un insegnamento più generale che si può trarre. Emerge con chiarezza che l’ambiente non è solo un’arena competitiva ma anche lo scenario dove si dipana una possibile trama collaborativa. Tutte le aziende sono ormai consapevoli dell’esigenza di un approccio cooperativo, tuttavia nel caso del Banco questa dimensione è tra due mondi (profit e non profit) che spesso faticano a parlarsi e ne costituisce, emblematicamente, proprio la ragion d’essere. Se tuttavia sulla frontiera non c’è necessariamente guerra, va detto che non c’è neanche “pace a buon mercato”: lavorare sulla frontiera vuol dire assumersi l’impegno e la fatica di una collaborazione, di una crescita insieme ad altri, e si è continuamente rimandati a ricordare che le cose non si fermano all’orizzonte della propria iniziativa ma stanno in un contesto più grande. E’ così che cresce e si rafforza un sistema (e una cultura) del valore in un paese.

 

La frontiera passa anche all’interno.

Le frontiere non sono solo all’esterno del Banco, ma passano all’interno della sua struttura. Per tutte le aziende questo è vero: il confine interno/esterno si attenua, non solo perché la complessità crescente dell’ambiente e le risposte “flessibili” delle organizzazioni aboliscono la rigidità di tale confine, ma soprattutto attraverso la cultura aziendale, che è il risultato di una dialettica interno/esterno, in quanto dall’esterno è influenzata ma verso l’esterno a sua volta si proietta in varie modalità.

 

Qual è la cultura del Banco? Quali sono gli elementi che la costituiscono e hanno contribuito a formarla?

Innanzitutto va richiamata la figura dei due fondatori[14][14][14] i quali, pur rimasti sempre esterni alla gestione hanno conservato un forte legame affettivo. Tale legame li ha resi sempre presenti nella definizione delle scelte strategiche con uno stile né ideologico né paternalistico, ma che si potrebbe definire, con un termine non tanto scientifico, “paterno”[15][15][15] e, nel contempo, imprenditoriale. Le matrici culturali e professionali dei fondatori hanno infatti contribuito insieme a “generare” un’organizzazione profondamente ricettiva nei confronti del bisogno umano ma anche sensibile e attenta al rapporto “economico”, in particolare con le aziende fornitrici.

In secondo luogo va rilevato l’interesse a rispondere ai bisogni efficacemente e su larga scala. Da questo punto di vista, qualche dato aiuta a documentare il successo della formula in termini di rilevanza nella situazione italiana. Primo: facendo una stima “prudente” si può dire che con i suoi oltre 860.000 assistiti il Banco raggiunge più del 10% di coloro che in Italia sono definiti “poveri”. Secondo: ciascun assistito riceve in media mezzo quintale di generi alimentari di ogni genere all’anno. Terzo: il costo per assistito è di sole 4.000 lire.

In ultimo, va sottolineato il rapporto con gli altri attori socio-economici basato sul riconoscimento e la valorizzazione dei contributi altrui sia sul fronte delle imprese che su quello degli enti di volontariato (o, più in senso lato, del non profit).

La posizione culturale del Banco emerge quindi non tanto per il suo protagonismo, bensì per il principio di sussidiarietà che la muove, inoltre si caratterizza inoltre per essere una cultura permeata di ironia, cioè di capacità di fare un passo indietro rispetto a quello che si sta facendo e di guardarlo con distacco: un’organizzazione ironica è l’esatto contrario di un’organizzazione cinica (ed è anche di maggior successo).

 

 

 

 

4. La formula di imprenditorialità sociale del Banco Alimentare

 

Gli studi di economia aziendale hanno prodotto i modelli della business idea[16][16][16] e della formula imprenditoriale[17][17][17] per descrivere i sistemi aziendali.

Nel caso del non profit l’espressione più indicata è formula o idea di imprenditorialità sociale[18][18][18] per sottolineare che la connotazione comune delle diverse tipologie operative è la capacità di suscitare e alimentare un processo di innovazione sociale[19][19][19] attraverso l’attribuzione di utilità e valore a ciò che non l’avrebbe nella logica dei puri valori di scambio (e recuperando valore che altrimenti andrebbe perduto) e la proposizione ad un vasto sistema di attori di attività che non hanno la loro ragion d’essere fondamentale in una ricompensa economica. Per dirla con Hirschman[20][20][20], la proposta del Banco, in particolare, è un’attività non strumentale, caratterizzata da una fusione di ricerca e scopo, che cioè viene intrapresa perché ha in se stessa la propria soddisfazione, prima ancora che in una convenienza economica: si può dunque dire che trae origine dal desiderio di significato e di utilità del proprio vivere, comune ad ogni uomo.

La business idea che sta alla base di qualsivoglia impresa è il risultato di una serie di scelte che riguardano la definizione del segmento di mercato, del sistema di prodotto e della struttura aziendale: essa è la sintesi degli ingredienti che fanno il successo dell’impresa stessa[21][21][21].

In questo studio adotteremo il modello più analitico e completo della “formula imprenditoriale”[22][22][22], conducendo l’analisi a livello di sistema competitivo, sistema di prodotto/servizio, proposta progettuale e sistema degli attori, struttura. Per ciascuno di questi punti intendiamo focalizzare in un’ottica valutativa gli elementi essenziali che contraddistinguono l’idea di successo del Banco Alimentare e il loro grado di consonanza.

 

Il sistema competitivo/collaborativo

Lo schema di analisi dell’ambiente è quello proposto da Porter[23][23][23], con una duplice sottolineatura: nel caso delle aziende non profit, da un lato, è importante identificare chi sono i concorrenti e in quale modo essi possono erodere i vantaggi competitivi (perché spesso chi vi opera può avere la sensazione di vivere in un “ambiente protetto” a basso contenuto di concorrenza), ma, dall’altro lato, la parte preponderante della riflessione dovrà fondarsi sul fatto che sono possibili forme di collaborazione vasta nell’ambiente economico e sociale che riducono la carica competitiva o che aiutano a competere. In ogni caso la capacità cooperativa deve essere iscritta, per così dire, nel “codice genetico” delle aziende non profit perché è essenzialmente attraverso di essa che trova espressione l’eticità originaria delle medesime.

Relativamente al nostro oggetto di studio, occorre dire anzitutto che il livello della concorrenza è fino ad ora molto ridotto, particolarmente per l’assenza di rivali all’interno del settore. Gli attuali concorrenti, rappresentati, ad esempio, dalla Croce Rossa e dalla Caritas (riconosciuti come enti di aiuto ai bisognosi), non sono propriamente antagonisti nei confronti del Banco, in quanto mossi da una carica ideale analoga. Inoltre, la loro attività di approvvigionamento di derrate alimentari si esplica quasi esclusivamente nei confronti dell’Aima, restando tipica del Banco l’azione di raccolta presso le aziende private.

L’unicità del Banco non è quindi al momento minacciata seriamente: non si profilano all’orizzonte nuovi entranti, in quanto la “formula Banco”, pur essendo semplice e replicabile, come vedremo, è protetta da una barriera all’entrata legata oltre che all’entità degli investimenti richiesti e al livello della tecnologia, anche dall’elevata soglia di capitale umano con forti motivazioni ideali che è richiesta per poter svolgere l’attività, nonché dalle capacità organizzative e di rete che, diffuse su tutto il territorio, consentono di conseguire maggiore efficacia e perseguire economie nella gestione dell’immagine, nel fund raising, nei rapporti con i fornitori, in alcune fasi della logistica.

Sul fronte dei nuovi entranti un’annotazione va operata relativamente agli enti che rivestono la qualifica di onlus. La previsione legislativa del decreto lgs. 460/97, relativa alle agevolazioni fiscali riconosciute a chi effettua donazioni alle onlus, ha posto tali soggetti non profit in diretta concorrenza (seppur al momento solo potenziale) con il Banco[24][24][24] sul fronte degli approvvigionamenti e del fund raising.

Più seria potrebbe rivelarsi la minaccia rappresentata dai sostituti.

Dal punto di vista del servizio che viene offerto ai “clienti”, cioè agli enti beneficiari dell’attività, l’unico sostituto è rappresentato dall’intervento pubblico, tuttavia le vicende della finanza pubblica in Italia non fanno certo ritenere probabile un massiccio aumento degli stanziamenti di welfare.

Dal punto di vista, invece, del servizio offerto ai “fornitori” (imprese produttrici e distributrici, Aima), i sostituti potrebbero essere rappresentanti sia dalla distruzione diretta delle eccedenze produttive sia dall’aprirsi di possibili mercati “profit” per le eccedenze medesime (ad esempio, paesi dell’est, vendite parallele o dirette, marchi commerciali, ecc.). Tali eventualità risultano tuttavia piuttosto remote, da un lato, per il costo che comunque lo smaltimento richiede, dall’altro per i problemi logistici e organizzativi e per la difficoltà a commercializzare tipologie di alimenti molto diversificati e soggetti a disponibilità imprevedibile.

Molto delicati sono i rapporti con i fornitori e con i beneficiari: è a questo livello che si manifestano le principali tensioni competitive.

I fornitori, come per tutte le imprese che svolgono attività di intermediazione, sono in realtà anche clienti del Banco, cioè destinatari di un servizio, che è appunto il ritiro delle loro eccedenze produttive. Sono imprese di grandi dimensioni, per lo più produttori, ma anche (e in misura crescente) aziende della grande distribuzione: il rapporto con il Banco è legato alla possibilità di conseguire un vantaggio economico (snellimento del magazzino, senza guadagni ma a costi contenuti; defiscalizzazione) e di immagine. E’ chiaro che essi, soprattutto nel caso di imprese di grandi dimensioni o di multinazionali, possono decidere di saltare il livello di intermediazione rappresentato dal Banco, per arrivare direttamente ai beneficiari: ciò potrebbe accadere in conseguenza di inefficienze del Banco o con l’obiettivo di conseguire un maggior ritorno di immagine. Questa minaccia può essere contrastata sia mantenendo alto il livello del servizio offerto, sia soprattutto stringendo relazioni stabili, fondate su un alto grado di condivisione ideale per cui quindi possa apparire più efficace un’immagine di collaborazione all’interno di un sistema profit-non profit, piuttosto che una presenza individuale nel campo della beneficenza[25][25][25].

Su questo fronte il punto di forza si fonda solo e soltanto sulla credibilità del Banco, sul rispetto degli impegni assunti relativamente alla destinazione degli alimenti donati (non commercializzazione, salvaguardia degli aspetti igienici, sanitari e fiscali), alla serietà nell’utilizzo (selezione degli enti convenzionati, controllo) e grazie alla partecipazione ad un circuito di comunicazione efficace (le singole donazioni sporadiche fatte dalle aziende apportano scarsissimi benefici in termini di immagine).

La rilevanza economica del servizio reso alle aziende fornitrici pone anche il problema della eventuale sua remunerazione. Il Banco svolge, tuttavia, un’attività non profit e non commerciale. La conservazione di tale caratteristica è fondamentale: se il Banco rimane tale ha successo, se entrasse sul mercato dovrebbe modificare la propria strategia d’azione e diventerebbe “un’altra cosa”.

Per quanto riguarda i beneficiari dell’attività del Banco, essi hanno in teoria una scarsa forza contrattuale, in quanto sono frammentati e non pagano un prezzo per il servizio che ricevono. Tuttavia, essi potrebbero (e possono, data la libera valutazione di convenienza reciproca che caratterizza il rapporto) rivolgersi a canali diversi (di beneficenza tradizionale, per esempio) o direttamente alle aziende di produzione e distribuzione. Ciò potrebbe accadere se i rifornimenti non fossero regolari o adeguatamente assortiti oppure per l’insorgere da parte dei beneficiari medesimi di comportamenti scorretti ed opportunistici. Si comprende quindi tutta la delicatezza delle relazioni con essi: tali relazioni non possono limitarsi alla distribuzione di prodotti, ma devono includere il controllo sull’utilizzo e mirare, anche in questo caso, a tenere alto il livello di consonanza ideale con il Banco[26][26][26]. Gli enti beneficiari sono considerati dal Banco il “patrimonio” più importante: sono i primi promotori dell’attività (“parlano bene di noi”) ma nel contempo costituiscono uno stimolo al miglioramento del servizio offerto (“diventano sempre più esigenti”).

Su tale fronte ideale va ricordata l’iniziativa chiamata Colletta Alimentare promossa annualmente dal Banco in Italia[27][27][27]. Tale evento coinvolge anche gli enti beneficiari attraverso il servizio diretto dei loro volontari che, al di là delle differenze ideali e strutturali, sono protagonisti di un unico gesto di solidarietà in tutta Italia. Dal lato del Banco, questa iniziativa fa emergere e promuove la sua cultura: innanzitutto, attraverso il coinvolgimento degli attori che hanno sperimentato il servizio e, in secondo luogo, attraverso la promozione del Banco e degli enti convenzionati. Gli stessi volontari possono immediatamente testimoniare ai donatori che il loro gesto “andrà a buon fine” e, soprattutto, andrà a beneficio dei bisognosi di quella regione.

Il rapporto con gli enti (in quanto clienti) esige adeguate politiche di segmentazione: le diverse modalità attraverso cui tali enti aiutano i bisognosi (accoglienza stabile, mense, pacchi famiglia, ecc.) richiedono specifiche politiche di approvvigionamento e adeguate tipologie di prodotto e servizio reso[28][28][28].

La crescita del livello di servizio fornito al cliente, la complessità igienico-sanitaria nella manipolazione e conservazione di alimenti (vedi, ad esempio, la nuova procedura di accreditamento HACCP), nonché l’aumento considerevole nelle quantità raccolte, movimentate e distribuite, stanno rendendo sempre più difficile continuare a fornire tutto questo in forma completamente gratuita. I responsabili della fondazione hanno oggi di fronte questa alternativa: richiedere un contributo in funzione dei costi che il Banco deve sostenere per operare o continuare a svolgere un servizio totalmente gratuito. L’osservazione che, poiché il Banco riceve gratis, gratis dovrebbe donare, non riconosce l’elevato valore aggiunto prodotto dal Banco; inoltre, la sua attività consente a molti enti di risparmiare le proprie risorse potendole destinare ad altre forme di intervento socio-assistenziale. La richiesta dal parte del Banco di un contributo volontario sembra pertanto economicamente ed eticamente ammissibile[29][29][29].

 

Il sistema di prodotto/servizio

Il core business, come è stato descritto in precedenza, è rappresentato dal servizio di intermediazione senza pagamento di corrispettivo. La tendenza di fondo nel tempo è stata rappresentata dall’ampliamento delle categorie merceologiche, fino alla recente crescita della voce “fresco”. A differenza di altre organizzazioni non profit che, con l’obiettivo del sostegno e l’assistenza ai bisognosi, attivano una molteplicità di iniziative, il Banco Alimentare ha mantenuto nel tempo l’unicità della propria offerta scegliendo di non diversificare la propria modalità di intervento.

Al core business vanno aggiunte altre componenti di contenuto immateriale: l’attività del Banco si connette alla funzione logistica delle imprese fornitrici e consente loro recuperi di efficienza e riduzione di costi; elementi di controllo della qualità acquistano un peso sempre maggiore, anche nei rapporti con i beneficiari; la partecipazione e la diffusione di un tessuto di idealità condivisa diviene sempre di più parte dell’attività svolta dal Banco. Abbiamo detto che il Banco svolge un servizio di innovazione sociale nel quale cerca di coinvolgere tutti gli attori con i quali entra in rapporto: la diffusione di idealità acquista quindi un peso crescente nel sistema di prodotto offerto.

Il rapporto di collaborazione con l’Aima ha nel tempo contribuito a modificare il prodotto per renderlo più adeguato ai bisogni in termini di tipologie, caratteristiche, pezzature[30][30][30].

Dal lato delle aziende fornitrici, la criticità maggiore è rappresentata dalla impossibilità a programmare le quantità e le caratteristiche delle merci donate: le aziende, infatti, non prevedono i propri errori[31][31][31]. Inoltre le politiche produttive e organizzative delle aziende stanno portando ad una riduzione degli sprechi di produzione e ad un aumento della qualità dei prodotti con una conseguente possibile riduzione delle eccedenze donate per singola azienda[32][32][32].

 

Il sistema degli attori e la proposta sociale

Agli attori coinvolti nel sistema competitivo (fornitori e beneficiari), di cui si è parlato in precedenza, vanno aggiunti gli attori sociali estranei al sistema competitivo. Essi sono rappresentati essenzialmente dai volontari: che ve ne siano in numero sufficiente, che la loro tensione ideale resti elevata (o per lo meno che sia possibile un turn over, in modo che i volontari che hanno visto venir meno la loro motivazione possano essere facilmente sostituiti), che le competenze professionali di cui sono portatori siano adeguate alle esigenze del Banco, rappresentano tre esigenze cruciali per il mantenimento del successo dell’attività nel tempo[33][33][33]. La capacità di formulare e sperimentare una volunteer idea[34][34][34] adeguata all’attività e alle finalità dell’iniziativa appare quindi un’esigenza fondamentale per il Banco così come per qualsiasi azienda non profit.

Al riguardo, la dottrina non ha certo soluzioni tecniche da suggerire: tutto dipende dalla forza della proposta sociale complessiva che nasce dalla dinamica delle relazioni interpersonali all’interno e all’esterno del Banco e attinge ad un humus che non è riconducibile a logiche puramente economiche.

Un rilievo, al momento, decisamente inferiore rispetto ai volontari hanno invece i dipendenti: sono pochissimi, tuttavia è prevedibile che l’ulteriore sviluppo e il consolidamento dell’attività richiedano un loro incremento, soprattutto per quanto riguarda l’acquisizione di competenze professionali specialistiche e la disponibilità ad un impegno attivo stabile e duraturo. La personnel idea[35][35][35] potrà essere fondata sul part time o sull’utilizzo di prepensionati, ma in ogni caso sarà imprescindibile la sintonia ideale con gli obiettivi del Banco.

A completamento di quanto detto, possiamo includere nel sistema degli attori sociali anche le istituzioni pubbliche e private che contribuiscono al finanziamento dell’attività e le autorità pubbliche che possono in vario modo agevolarla e incentivarla. E’ ovvio che in quest’ultimo caso l’attività può anche essere ostacolata: significativa nel nostro paese è la grave miopia con la quale a livello istituzionale viene presa in considerazione l’azione sociale ed economica degli enti non profit.

 

 

 

La struttura

Il Banco Alimentare opera in Italia in forma di fondazione onlus e attraverso i comitati regionali nati da iniziative locali di gruppi di volontari con lo scopo di sviluppare l’attività della fondazione. La costituzione del comitato avviene su autorizzazione della fondazione ed i rapporti sono regolamentati da una convenzione. La fondazione è il soggetto responsabile e promotore dell’attività, è proprietaria della merce donata, svolge funzioni di centro servizi per i comitati, attribuisce a questi la gestione delle merci e dei magazzini, è responsabile della politica di comunicazione.

La modalità con cui si è diffuso il Banco a livello nazionale mostra un altro carattere fondamentale di quella che abbiamo chiamato la sua cultura. La crescita è infatti avvenuta non in forma di federazione bensì per “filiazione” con il riconoscimento e il coinvolgimento delle istanze locali. Ogni comitato tende a svilupparsi e consolidarsi sul territorio anche in funzione delle proprie risorse (umane e finanziarie) e della propria creatività, riconoscendo nel contempo nella fondazione il punto ultimo di riferimento e di richiamo alla fedeltà dell’idea originaria.

E’ quindi evidente come la struttura abbia accompagnato la crescita del Banco, consentendo ramificazioni su tutto il territorio, mantenendo ovunque la stessa immagine e una certa omogeneità di comportamenti e procedure operative. Indubbiamente, esperienze poco felici potrebbero minare la credibilità complessiva del Banco, tuttavia la cura che viene dedicata alla nascita di nuovi comitati è qualcosa di diverso e di più di un controllo operativo[36][36][36], principi ispiratori sono infatti la salvaguardia della matrice ideale e la coerenza con l’aspetto operativo.

Come la maggior parte delle aziende di intermediazione mercantile, il Banco Alimentare non ha immobilizzazioni rilevanti[37][37][37] ed il capitale circolante (scorte di merci), per la cui acquisizione non è stato pagato un prezzo, ha una velocità di rotazione elevata, dovuta alla natura stessa del bene che implica un trasferimento rapido dal fornitore al beneficiario. La struttura è finalizzata alle esigenze di rapidità e, soprattutto, di gestione nel tempo degli approvvigionamenti e della loro distribuzione, pertanto si caratterizza anche per un elevato grado di snellezza organizzativa e di flessibilità operativa. E’ per questo che il Banco può svolgere la sua funzione più economicamente di quanto potrebbero fare direttamente i fornitori[38][38][38]. La fase che sta attualmente attraversando il Banco, caratterizzata dalla crescita nei volumi donati e dalla maggior quota di alimenti freschi, i quali richiedono attrezzature specifiche e mezzi di trasporto idonei, sta evidenziando la necessità di effettuare adeguati investimenti sia sul fronte della capacità di ricezione delle merci (in primo luogo magazzini) sia su quella di manipolazione delle stesse (trasporto, conservazione, riconfezionamento in pezzature ridotte, ecc.). Un ulteriore sviluppo gestionale è richiesto sul fronte dell’operatività (anche informatica) dei magazzini e della logistica[39][39][39].

Occorre infine ricordare che una struttura siffatta è resa possibile dall’elevato grado di motivazione degli attori, senza il quale - in mancanza di qualsiasi incentivo di tipo economico - tempestività, flessibilità ed efficienza cederebbero il passo a trascuratezza e approssimazione, con il conseguente esaurimento della proposta sociale del Banco.

 

In sintesi, come già abbiamo detto, la business idea del Banco Alimentare è una formula molto semplice: ridare utilità - anche economica - a ciò che non l’avrebbe più e, in pari tempo, produrre innovazione sociale. La forza del Banco sta proprio nella semplicità di questa proposta che, in teoria, sarebbe anche molto facile riprodurre: le difficoltà infatti non stanno nell’idea, originale ma ormai nota, bensì nel know how che il Banco ha ormai maturato in dieci anni di attività[40][40][40]. Un ulteriore elemento fondamentale risiede nella presenza di persone disposte a correre il rischio - anche economico - di siffatta avventura. Queste caratteristiche motivano il successo della formula in Italia così come, attraverso percorsi specifici seppur nell’unicità dell’idea, in tutto il mondo.

 

Dopo avere analizzato la formula di imprenditorialità sociale del Banco Alimentare, è importante richiamare sinteticamente alcuni punti di forza e le criticità che emergono.

Il primo interrogativo riguarda l’ambito competitivo che è stato descritto: quali sono in questo ambito i fattori critici di successo?

Nei confronti delle imprese fornitrici, i punti fondamentali sono dati dalla tempestività dei ritiri delle eccedenze e dal loro uso corretto, in modo da consentire la soluzione di problemi logistici e strutturali ed il ritorno di immagine previsto. Nei confronti degli enti assistiti è invece cruciale la regolarità e la qualità degli approvvigionamenti.

In ordine a questi fattori critici, il Banco Alimentare può mettere in campo una serie di vantaggi rispetto ai concorrenti (rappresentati essenzialmente, come abbiamo visto, dai fornitori e dai beneficiari stessi) che sono, essenzialmente, la capacità di compiere il lavoro di intermediazione a costi inferiori e una visione più ampia del complesso delle opportunità e dei bisogni nel settore dell’intermediazione delle eccedenze produttive.

Questi vantaggi scaturiscono da una serie di competenze distintive che segnano in modo inequivocabile l’originalità del Banco. In altri termini, il Banco - grazie alla perfetta consonanza che realizza tra sistema competitivo e sistema sociale[41][41][41] - dispone di una struttura flessibile, agile e qualificata, che è in grado in pari tempo di ritirare le eccedenze velocemente e di redistribuirle efficacemente, producendo il massimo di soddisfazione per gli attori e di immagine nell’ambiente.

L’equilibrio su cui si regge la formula di imprenditorialità sociale è tuttavia delicato: il rapporto che lega fornitori-Banco-enti convenzionati è infatti basato sulla fiducia e la libertà. Come nessun obbligo formale o sostanziale porta l’Aima o le aziende a donare al Banco (infatti hanno rapporti anche con altri soggetti non profit), così gli enti convenzionati possono decidere di rivolgersi direttamente all’Aima o alle aziende. La convenienza, non solo economica, a continuare ad operare con il Banco è l’insieme di servizi che offre ed il rapporto che si instaura. Ne consegue che tra i punti critici occorre innanzitutto collocare il livello qualitativo del servizio, inteso come grado di soddisfazione dei clienti (che, come abbiamo detto, includono anche i fornitori), e, in secondo luogo, il mantenimento del livello di tensione ideale interna, in modo che ne venga permeata in modo costante e senza soluzioni di continuità la cultura aziendale. Tale imperativo va richiamato anche quando le competenze professionali specialistiche cominciano a fare premio sulla generosità indifferenziata della “fase eroica” dell’attività, quando il rapporto volontari-collaboratori retribuiti-dipendenti si intensifica e richiede di essere gestito e non lasciato alla “buona volontà” dei singoli.

Il secondo punto critico è la comunicazione esterna, essenziale per promuovere l’immagine del Banco, mantenere il rapporto con i volontari ed il loro reclutamento, assicurare la funzione di collegamento tra settore profit e non profit, rapportarsi con gli enti pubblici e raccogliere le risorse finanziarie necessarie all’attività.

Il terzo punto critico è la logistica, sia in entrata, per quanto riguarda il costo del servizio, sia in uscita, per le problematiche organizzative legate all’elevata numerosità (tendenzialmente crescente) dei beneficiari. Qui il problema è essenzialmente tecnico: dimensionamento, attrezzatura, ubicazione e gestione dei magazzini, organizzazione dei trasporti, contenimento dei costi, gestione ed elaborazione delle informazioni.

Il quarto punto critico è dato dall’esigenza di controllo sull’uso delle merci fornite agli enti assistiti. E’ chiaro che il controllo è assolutamente necessario perché non si snaturi la funzione e l’immagine del Banco, ma esso non può avere contenuto burocratico o vessatorio. L’efficacia di tale controllo si fonda quindi sulla capacità di stabilire un rapporto positivo con il cliente, facendolo partecipare al processo di innovazione sociale introdotto dal Banco e responsabilizzandolo nei confronti del fornitore (e viceversa).

Il quinto punto critico è rappresentato dalla finanza: lo sviluppo dell’attività per quanto riguarda l’ampliamento delle tipologie e del numero delle merci trattate e la diffusione territoriale dell’attività richiedono disponibilità finanziarie più elevate, da destinare sia agli investimenti in capitale fisso sia al capitale circolante. La funzione finanziaria acquista quindi un ruolo determinante e l’attività di fund raising deve essere svolta in modo sempre più sistematico e professionale.

 

 

5. Le prospettive

 

In ultimo riteniamo interessante evidenziare, in un’ottica aziendale, le prospettive future del Banco Alimentare.

La prima prospettiva è di tipo quantitativo: il Banco si propone di arrivare a raccogliere 50.000 tonnellate di merci all’anno entro i prossimi dieci anni. Su questo obiettivo pesano peraltro alcune incognite, legate alla minor formazione di eccedenze presso le imprese e alla minore propensione a seguire per la loro eliminazione il canale non profit. La risposta del Banco potrà andare in diverse direzioni: allargamento della gamma merceologica, sviluppo di rapporti con il settore commerciale e della ristorazione collettiva, allargamento dei rapporti con il settore produttivo ad imprese finora non contattate, internalizzazione della logistica in uscita delle imprese fornitrici, ecc.

Sul fronte dei beneficiari, inoltre, la crisi economica potrebbe accrescere i bisogni degli enti e il numero dei potenziali assistiti: diventerebbe quindi più pressante l’esigenza di sviluppo dell’attività del Banco e la disponibilità alla collaborazione da parte dei fornitori e dei benefattori.

La seconda prospettiva è di tipo qualitativo e consiste nell’arricchimento del contenuto del servizio reso. Nei confronti dei fornitori questo richiede il miglioramento degli aspetti logistici e il controllo della destinazione dei prodotti. Rispetto ai beneficiari andrà incrementata la qualità del servizio, in particolare attraverso la ricerca di prodotti mirati sulle esigenze specifiche dei beneficiari stessi (rovesciando così la logica normale che è quella del collocamento delle eccedenze dei produttori) e in un servizio di consulenza in ordine all’utilizzo più efficace dei prodotti forniti.

Il futuro si presenta dunque complesso e ricco di sfide per l’attività del Banco Alimentare[42][42][42], tutte rinviano allo spessore dell’esperienza umana e sociale che ne costituisce il retroterra e alla sua vitalità. Una sfida in particolare ci pare interessante, al di là della finalità istituzionale di provvedere ai bisogni degli enti assistenziali: si tratta della possibilità di costruire un tessuto sempre più fitto di relazioni cooperative tra settore profit e settore non profit, dimostrando così che all’interno di quest’ultimo è possibile operare avendo una piena dignità di impresa e contribuendo al suo pieno riconoscimento come importantissimo fattore di ricchezza per il paese.

 

 

6. Conclusioni

 

All’inizio di questo contributo ci siamo posti due serie di interrogativi: se esplicitamente abbiamo risposto al primo gruppo, riteniamo di aver anche fornito elementi di riscontro alla seconda serie di domande.

Quali sono i fattori che legittimano l’esistenza di una azienda non profit dal punto di vista economico?

Il caso del Banco documenta che essi consistono[43][43][43] in un “effetto disponibilità”, in quanto viene prodotto un servizio che altrimenti non sarebbe presente nella società, pur essendovi un bisogno preciso, sia in un “effetto qualità”, nel senso che il servizio stesso viene prodotto con specifiche qualitative idonee a rispondere in modo molto personalizzato al bisogno stesso e con caratteri di tempestività superiori a qualsiasi altro tipo di risposta.

La dignità economica, di impresa a tutti gli effetti, emerge anche nell’elevato contenuto di professionalità dell’attività svolta, nello sforzo crescente di razionalizzazione organizzativa, nell’accento posto sull’efficienza dell’attività: è molto evidente che nell’ambito del non profit è possibile (e sempre più necessario) un livello di aziendalizzazione elevato, senza il quale il perseguimento delle finalità ideali non consegue il massimo di efficacia possibile.

E’ interessante anche la risposta che il caso del Banco dà alla questione delle specificità delle imprese non profit. Indubbiamente vi è una specificità, nel senso della forte connotazione etica delle finalità e dell’altrettanto forte rilievo della componente innovazione sociale nel processo di formulazione delle strategie e di definizione del prodotto/servizio. Tuttavia appare con uguale evidenza che tale specificità emerge in un continuum tra profit e non profit: l’operatività che abbiamo definito “sulla frontiera” ne è una conferma ulteriore.

Lo sforzo di individuare specificità molto precise e l’eccessiva sottolineatura di esse ci sembra un’operazione scientificamente scorretta, che conduce inevitabilmente a fare di profit e non profit due corpi separati, mentre invece si tratta di un salto culturale nell’approccio alle attività del non profit, che va comunque chiesto non solo alle aziende medesime ma innanzitutto alle pubbliche istituzioni le quali devono prendere coscienza delle attività non residuali di cui il comparto è protagonista.

 

 

 

 

Bibliografia

 

AIROLDI G., BRUNETTI G., CODA V. (1989), Lezioni di economia aziendale, Il Mulino, Bologna.

AMBROSINI A. (1997), “L’economia morale può essere efficiente?”, in Impresa e stato, n. 57.

AMBROSIO G. BANDINI F. (1998), La gestione del personale nelle aziende non profit, Etaslibri, Milano.

BAGDADLI S. (1994), “La motivazione dei volontari: il contributo della ricerca”, in Sviluppo & Organizzazione, n. 144.

CAFFERATA R. (1995), “Pluralismo organizzativo e condizioni di sviluppo delle aziende del terzo settore”, in Atti del Convegno Aidea, Le aziende non profit tra stato e mercato, Roma, 28-30 settembre, Clueb, Bologna.

CASELLI C. (1998), “Il non profit: aspetti aziendali”, in Persone & Imprese, n. 2.

CASELLI L. (1995), “La produzione e la distribuzione del valore”, in Atti del Convegno Aidea, Le aziende non profit tra stato e mercato, Roma, 28-30 settembre, Clueb, Bologna.

CAVENAGO D. SIMONI C. (1996), “Profit e non profit: un’alleanza possibile. Il caso del Banco Alimentare”, in Economia & Management, n. 3.

CODA V. (1984), “La valutazione della formula imprenditoriale”, in Sviluppo e Organizzazione, n. 82.

CODA V. (1988), L’orientamento strategico dell’impresa, Utet, Torino.

FERRANDO P.M. (1995), “Valore”, in Caselli L. (a cura di), Le parole dell’impresa. Guida alla lettura del cambiamento, Documenti ISVET, F. Angeli, Milano.

FERRATA R. (1997),“Classificare i servizi”, in Sinergie, n. 12.

FIORENTINI G. (1997), Organizzazioni non profit e di volontariato, Etaslibri, Milano.

GRONROOS C. (1994), Management e marketing dei servizi, Utet, Torino.

HIRSCHMAN A. (1970), Exit, Voice and Loyalty: Responces to Decline in Firms, Organizations and States, Harvard University Press, Cambridge.

MASINI C. (1964), La struttura dell’impresa, Giuffrè, Milano.

Merlo A. (1996), “Le organizzazioni non profit”, in Costa G. Nacamulli R. C. D. (a cura di), Manuale di organizzazione aziendale, Utet, Torino, vol. IV.

MILLER L. POWELL G. SELTZER J. (1990), “Determinants of turnover among volunteers”, in Human Relations, n. 9.

NORMANN R. (1979), Le condizioni di sviluppo dell’impresa, Etas Libri, Milano (ed. orig. Management for Growth, John Wiley & Sons, Ltd., Chichester, 1977).

NORMANN R. (1991), Service Management: Strategy and Leadership in Service Business, John Wiley & Sons, Ltd., Chichester.

PEARCE J.L. (1994), Volontariato, R. Cortina Editore, Milano.

PORTER M.E. (1982), La strategia competitiva. Analisi per le decisioni, Edizioni della Tipografia Compositori, Bologna (ed. orig. Competitive Strategy: Techniques for Analyzing Industries and Competitors, The Free Press, New York, 1980).

PORTER M.E. (1988), Il vantaggio competitivo, Edizioni di Comunità, Milano (ed. orig. Competitive Advantage: Creating and Sustaining Superior Performance, The Free Press, New York, 1985).

RISPOLI M. TAMMA M. (1992), “Beni e servizi, cioè prodotti”, in Sinergie, n. 29.

TESSITORE A. (1997), “Il profilo aziendale delle Organizzazioni Non Profit”, in Rivista italiana di ragioneria ed economia aziendale, gen.-feb.



*   L’impostazione ed il contenuto del presente articolo sono il frutto di un lavoro di indagine e riflessione comune degli Autori che hanno redatto insieme i paragrafi 1 e 6. I parr. 2, 4 e 5 sono stati scritti da Clara Benevolo e il par. 3 da Clara Caselli.

** Ricercatore confermato di Economia e Gestione delle Imprese – Università degli Studi di Genova.

     e-mail: benevolo@economia.unige.it

***       Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese – Università degli Studi di Genova.

     e-mail: caselli@economia.unige.it

[44][44][1]          Si ringrazia il direttore generale della Fondazione Banco Alimentare, dott. Marco Lucchini, per la disponibilità, la collaborazione e l’amicizia.

[45][45][2]          Per approfondimenti, in particolare sulle caratteristiche delle aziende non profit, vedi Caselli C. (1998), Tessitore A. (1997), Caselli L. (1995).

[46][46][3]          La denominazione è Fondazione Banco Alimentare Onlus.

[47][47][4]          Vedi infra nota 30.

[48][48][5]          Porter M.E. (1988), p. 43 ss.

[49][49][6]          Ferrando P. M. (1995), Tessitore A. (1997).

[50][50][7]          Gronroos C. (1994), Rispoli M., Tamma M. (1992), Ferrata R. (1997).

[51][51][8]          Masini C. (1964), p. 50, 54, 63.

[52][52][9]          Coda V. (1988), p. 200.

[53][53][10]        Coda V. (1988), p. 255 ss..

[54][54][11]        Normann R. (1991). L’innovazione sociale può essere intesa come il contributo che ogni azienda, e quindi anche l’azienda non profit, dà allo sviluppo della società.

[55][55][12]        Contribuisce per oltre il 65% agli approvvigionamenti del Banco.

[56][56][13]        Sul ruolo che le aziende non profit possono avere come strumenti e fattori di innovazione della politica economica, vedi Cafferata R. (1995).

[57][57][14]        La figura del fondatore è un tema fondamentale nell’ambito degli studi sulle organizzazioni non profit, soprattutto nella definizione di un ciclo di vita dell’onp. Al riguardo vedi Merlo A. (1996), Fiorentini G. (1997).

[58][58][15]        Intendendo con questo che il fondatore non concepisce neppure formalmente l’azienda come sua proprietà e propone questo approccio come fattore permanente e forte della cultura aziendale.

[59][59][16]        Ovvero la formula di successo di un’impresa in una definita nicchia o segmento di mercato, Normann R. (1979).

[60][60][17]        Coda V. (1984).